Se vado indietro con la memoria, il mio primo ricordo di Robert Jonquet risale ai primi anni '60 mentre risale la mulattiera che dal torrente Chiobbia porta a Montesinaro.
Camicia a quadri, pantaloni di velluto, scarpe comode e un tronco di legna sulle spalle.
E' l'immagine di un uomo forte e schivo, lontano dai clamori delle città che in quegli anni iniziavano a promettere un benessere senza fine e a far dimenticare che la nostra vita aveva origini contadine.
Eppure lui, parigino di adozione, aveva senza dubbio assaporato le luci di grandi metropoli e l'ovazione della folla. Perchè è questo che ti regala una vita dedicata ad uno sport come il calcio, soprattutto se sei bravo.
Da quella volta numerose sono state le occasioni di incontro, sia durante le vacanze estive che trascorreva in Italia in unpiccolo paese del Biellese sia durante i miei soggiorni a Reims ospite di suo figlio Norbert cui mi lega una amicizia che dura da quasi 50 anni.
L'ultima volta che lo vidi fu a Montesinaro nel 2004 o forse nel 2005.
La malattia che lo avrebbe accompagnato negli anni successivi lo aveva già colpito.
Una malattia che azzera i ricordi recenti ed aggroviglia quelli passati.
Non so che cosa gli passasse nella mente quando gli chiesi se si ricordava di me.
Un sorriso silenzioso gli si aprì negli occhi, un brillare improvviso dietro al quale, sovente, si nasconde un uomo buono.